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Bufo bufo

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Carta d’Identità

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Nome: Bufo
Cognome: Bufo
Nome volgare: Rospo comune
Aspetto:  lungo fino a 20 cm, di colore marrone-rossiccio, ad eccezione del ventre, che tende ad essere biancastro, è caratterizzato dalla presenza di numerose verruche dorsali. Le pupille del bufo bufo sono orizzontali e di colore giallo scuro o ramate.
Habitat: il bufo bufo è diffuso in Europa, Asia e Nord Africa. Predilige ambienti sufficientemente asciutti, sebbene necessiti di pozze d’acqua per la riproduzione. Animale prevalentemente notturno, ama nascondersi in buche ed anfratti per tenersi al riparo dalla luce.
Segni particolari: in caso di minaccia, il Bufo bufo emette una sostanza tossica, dalle proprietà allucinogene, attraverso le verruche dorsali.

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Legato all’immaginario collettivo da una serie di pregiudizi ed ingiusti accostamenti, anche grazie a fiabe, miti e leggende, il rospo comune è spesso vittima dell’indifferenza o, peggio, della crudeltà umana, a causa del suo aspetto.  In questo primo numero di Studium Naturae abbiamo scelto di parlare del Bufo bufo con un obiettivo ben preciso: sfatare il mito del “brutto e viscido”.

Accarezzare un Bufo bufo è un’esperienza sensoriale a tutti gli effetti: duro e verrucoso sul dorso, quasi come una pietra pomice e soffice e liscio sul ventre, la sua pelle non risulta mai viscosa al tatto, e anche se umida o bagnata, assume piuttosto una consistenza setosa.  Il sorprendente mimetismo lo tiene a riparo da temibili predatori come serpenti, ricci, e altri piccoli mammiferi : il dorso bruno rossastro, con puntini più scuri, lo rende praticamente invisibile nel sottobosco arido da lui frequentato e nei fitti cespugli in cui ama nascondersi di giorno. Nutrendosi essenzialmente di insetti e lombrichi, il rospo comune è un validissimo ed economicissimo pesticida naturale, mentre i girini, che crescono e si sviluppano in pozze d’acqua solitamente infestate dalla presenza di larve di zanzare ed altri insetti ritenuti “indesiderabili” dall’uomo, provvedono a tenere sotto controllo la diffusione di questi ultimi. Nonostante questa importantissima funzione regolatrice, e la sua inclusione nella lista  degli animali protetti dalla convenzione di Berna, le popolazioni di Bufo bufo in Italia sono in costante calo, per due principali cause, entrambe riconducibili all’azione sconsiderata dell’uomo, e per un fungo parassita che colpisce questi anfibi. In primis, la principale causa di riduzione del numero di rospi comuni in Italia, è data dall’inquinamento: atmosferico e delle acque. Polveri sottili, gas nocivi e piogge acide, a contatto con la pelle dell’animale, ne alternano il naturale equilibrio, e deteriorano il sottile strato di muco protettivo emesso attraverso le verruche. La bonifica di ambienti umidi, inoltre, riduce notevolmente l’estensione dell’habitat ideale del rospo comune, e l’inquinamento delle acque interne costringe l’animale a vivere in un ambiente ostile e poco salubre, esponendolo a un numero maggiore di malattie e parassiti.
L’azione devastatrice dell’uomo non si ferma all’inquinamento: decine di migliaia di “rospicidi” vengono commessi tutti i giorni sulle strade italiane, soprattutto all’inizio della primavera, quando i rospi si spostano in massa alla ricerca del luogo migliore per l’accoppiamento e per la deposizione delle uova. I resti di rospi schiacciati dal passaggio delle automobili sono evidenti soprattutto sulle strade di campagna, meno trafficate e dove per questo si tende a premere di più sull’acceleratore e a guardare meno l’asfalto.
La riduzione e l’indebolimento dei bufi, infine, va ascritta alla presenza di un fungo parassita degli anfibi, il Batrachochytrium dendrobatidis, presente nelle acque stagnanti frequentate da questi animali. Esso colpisce le zone cheratinose dell’animale, e nello specifico il suo apparato tegumentario, facendone veicolo di contagio per altri anfibi, e in casi purtroppo non rari, portandolo alla morte.
L’inversione di questa tendenza è auspicabile non solo per la conservazione dell’antichissimo patrimonio genetico ed evolutivo del rospo comune, ma per preservare l’equilibrio degli habitat umidi delle nostre regioni costiere e collinari, rafforzando questo meraviglioso anello della catena alimentare e difendendo un validissimo alleato dell’agricoltura (e non solo).

L’amplesso ascellare.
Veri e propri intenditori di kamasutra, i rospi, si accoppiano in modo singolare.
L’apparato riproduttore femminile è infatti collocato sotto le ascelle , alle quali il maschio, decisamente più piccolo della femmina, si aggrappa per l’accoppiamento. Una stessa femmina può essere fecondata da più maschi contemporaneamente e accade talvolta che rimanga soffocata a causa delle insistenti attenzioni di troppi maschi, tutti addossati a lei.

Nel caso superi l’accoppiamento incolume, la femmina depone circa 10,000 piccolissime uova in pozze d’acqua stagnante o poco mobile che vengono contemporaneamente fecondate dal maschio. Alla schiusa ne usciranno minuscoli esseri neri, i girini che a seconda della temperatura dell’acqua nella quale nuotano avranno uno sviluppo più o meno rapido: maggiore sarà la temperatura (e quindi la probabilità che la pozza asciughi in tempi rapidi), più veloce sarà la metamorfosi dei piccoli.

Questo articolo stato scritto da Chiara

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