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Carpe diem

Post 34 di 77

Per anni abbiamo battuto ogni singolo albero lungo il corso del fiume Pescara, alla ricerca di questo piccolo bruco, nella speranza di trovarlo su qualche foglia, intento a mangiare, come sua abitudine.
Un pomeriggio, di ritorno dalla montagna, decidemmo di fermarci in una campo non troppo distante dal fiume, per dare un’occhiata. Qualche papavero, spavaldo, faceva capolino tra le spighe verdi, sul ciglio di un sentiero. Poco distante un allevamento di pecore governato da cani dall’aria poco giocosa.
Il cielo aveva preso a coprirsi rapidamente, ma avevamo solo intenzione di farci un’idea della microfauna locale, e nel caso avessimo trovato qualcosa di particolarmente interessante, saremmo tornati il giorno successivo, magari presto al mattino, con una luce migliore.
Qualche curculionide iridescente s’arrampicava sugli steli d’erba verde, quasi come una gemma incastonata in una spilla. Cavolaie maggiori, col loro volo leggiadro, disegnavano scie luminose in lontananza.
Alcuni polloni di Populus alba affioravano tra l’erba alta, fitta a sufficienza da poter ospitare la nostra chimera. Senza troppo illuderci, e quasi per scaramanzia ci chinammo a guardare più da vicino.
Dopo qualche minuto, quando già eravamo sul punto di desistere, e le prime gocce di pioggia avevano preso a scendere, rumorose, Umberto mi chiamò. Uova. Uova rosse, minuscole. Quasi non riuscivamo a credere ai nostri occhi.
L’uovo era aperto, quindi il bruco non poteva essere troppo lontano.
Magicamente, dal nulla apparve una falena bianca, punteggiata di grigio intenso, con il corpo ricoperto di peluria e ali affusolate e leggere.
Umberto ed io ci guardavamo allibiti. Un fulmine, seguito da un fragoroso tuono spezzò bruscamente il momento di stupore. “Presto, mettiamoci in cerca”. Iniziammo così a setacciare ogni pollone, mentre la pioggia aveva preso a cadere sempre più copiosa. Eravamo completamente fradici quando avvistammo il primo bruco.  Una piccola macchia nera su una foglia: questo era ciò che per anni avevamo cercato invano. Non stavamo nella pelle. Decidemmo di scattare comunque, nonostante la pioggia, i vestiti bagnati e la scarsa luce.
Ci sono occasioni che capitano una sola volta nella vita, momenti irripetibili, e noi non potevamo lasciare che il nostro attimo ci sfuggisse.
Più tardi, nell’asciutta tranquillità di casa, guardando le foto scattate, rimanemmo per diversi istanti in silenzio, incantati davanti alle forme e alle tinte brillanti di quell’essere spettacolare. Guardandoci negli occhi, felici, pensammo entrambi che ne era valsa la pena. Nonostante tutto.

Questo articolo stato scritto da Chiara

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