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Il brigante

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3 Nicola

(Foto di Nicola Di Sario)

Ahia, accidenti! Maledetto ramo, chi lo ha lasciato lì? E quella dannatissima foglia, cosa ci fa attaccata alla mia faccia! Maledizione, che vada alla malora questo mondo!

Non una lacrima d’acqua per tutta la giornata: chilometri e chilometri sotto il sole cocente senza vedere neppure l’ombra di qualcosa che somiglia a del cibo e adesso la notte gelata e impietosa. Accidenti al mondo, accidenti alla luna che proprio stasera ha deciso di sparire dietro alle nuvole, accidenti a questo vento maledetto. Accidenti anche ai fiori e a queste stupidi insetti che ci dormono dentro: hanno mangiato tutto il giorno, loro, e adesso dormono cullati dai petali!

Io posso scegliere il mio lauto pasto tra un fottuto ramo ed una dannatissima pietra! E questo stomaco che non smette di ululare e questa testa che non smette di girare … che siano dannati pure loro!

Basta, devo fermarmi, un secondo, su quella cima. Sto solo sprecando energie, le ultime.
Valli e stelle: a cosa servite, voi e la vostra bellezza, a cosa serve una vetta solenne, l’odore dell’erba bagnata, se non c’è ombra di cibo all’orizzonte? Come si può godere della bellezza quando non c’è neppure un po’ di bontà, quando tutto ciò che vedi è fame, mancanza, vuoto? E allora una cima nasconde caverne piene di pericoli, il cielo stellato annuncia una notte algida, e le valli che sono se non desolazione e fatica?
Cibo, ho bisogno di cibo. E quest’erba odora di escrementi di vacca, maledette anche loro., protette dai loro bei recinti elettrificati: che animali idioti le vacche. Ruminano e muovono quelle stupide orecchie per scacciare le mosche: vite sprecate, scandite al ritmo di un campanaccio stonato! … ma almeno non muoiono di fame, accidenti. Non come me, idiota che non sono altro, che vivo per il cibo, e tutto ciò che faccio nella mia vita è finalizzato al cibo, cibo, cibo, solo cibo, maledizione!

Meglio dormire, domani sarò più in forze, ma non è facile con la fame che mi divora dall’interno.  Devo chiudere queste palpebre, acquattarmi vicino ad un albero e respirare, piano, sempre più piano.
Il vento si sta abbassando. Spero di riuscire a calmarmi anche io.

Una nuvola si avvicina lenta, e si trasforma in ghiaccio nero, e piomba al suolo in mille strali appuntite e trafiggono la terra, che si lamenta gemendo e guaendo come un cane investito da una macchina. Dalle strali conficcate nascono fiori con le ali di farfalla … uno squittio mi sveglia. Non devo respirare, non devo muovermi. Sollevo impercettibilmente una palpebra, fiuto l’aria, il movimento. Due spanne a destra, una rapida occhiata e già un caldo liquido mi scende nella gola, seguito da un paio di sostanziosi bocconi.

Abbastanza per farmi riprendere il cammino: di ben altro ho bisogno per saziarmi.

Quella che vibra proprio sopra la mia testa deve essere la mia stella fortunata. Superati i due ginepri alla sinistra e disceso nel piccolo avvallamento, sulle soglie del bosco li vedo: nati da non più di due lune. Ma un odore troppo familiare scuote le mie infallibili narici. Quello stramaledetto vecchio guercio: accidenti a lui e alla sua stirpe di pascola-pecore! C’è poco da fare purtroppo: in questi momenti ciò che conta è il risultato. C’è sempre tempo per litigarsi il bottino più sostanzioso.  Scattiamo nello stesso istante, il guercio ed io. Il più sveglio dei piccoli fugge rapido, mentre la madre vicina lancia urla di dolore, e noi briganti ci lanciamo sul piccolo rimasto impigliato in un cappio di rovo. Quasi non oppone resistenza. Quell’odore, quel sapore sulla lingua! Guercio cerca di trascinare via la carcassa: ma non ha ancora fatto i conti con i miei denti. Senza neppure assaporare quelle dolci carni, mi avvento su quel cane maledetto.  Colpisco alla cieca, rabbioso, schiumante, fuori da ogni controllo. Mio, è mio, quel sangue, quel corpo è mio, mio di diritto, mio per legge di Natura. Che torni a mangiare pane secco, il guercio, che muoia: quel corpo è mio.
Mi affonda i denti nella coscia, l’infame, e mi ferisce. Maledetto figlio di una cagna, ignobile mezzosangue! Con un colpo di reni e d’orgoglio mi giro, e lo prendo alla gola e lo strattono con tutta la forza che c’è in queste vene.  Un rumore inconfondibile mi dice che la sua fine è vicina , e poco dopo il bastardo smette di combattere.  Mai sfidare un selvaggio.

Una fetta di luna fa capolino da uno squarcio nella nube e rischiara la piccola valle. E’ ancora notte, ma presto sorgerà il sole.

Questo articolo stato scritto da Chiara

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