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Il lupo: falsi miti e dati oggettivi.

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Negli ultimi giorni si è avuta l’occasione di leggere, sulla stampa locale ma anche nazionale alcune “interpretazioni” del lupo che si sono poi rivelate non rispondenti alla reale natura dell’animale, forzate e, probabilmente artificiose.

Come mai, oggi in Italia è difficile avere un’informazione naturalistica corretta ed equilibrata? Per aiutarci a comprendere abbiamo contattato Corradino Guacci, presidente della Società Italiana per la Storia della Fauna “Giuseppe Altobello”.

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S.N.: Qualche giorno fa la notizia-immagine del branco di quasi trenta lupi fatta passare come localizzata sul Gran Sasso e, più di recente, il lupo “coccolone” presentatoci da La Stampa. Come si possono leggere due episodi del genere in così breve tempo?

C.G.: Non è da ieri, purtroppo che i mezzi di informazione focalizzano l’attenzione dell’opinione pubblica su alcuni grandi predatori che recentemente hanno ri-colonizzato territori dai quali erano scomparsi a causa della persecuzione dell’uomo: il lupo tornato a ripopolare sia l’Appennino che l’arco alpino e l’orso riportato dallo stesso uomo in Trentino. Questa presenza, di cui si era persa l’abitudine, comporta indubbiamente dei problemi, delle difficoltà di adattamento a queste nuove realtà e le reazioni non sono sempre distaccate e disinteressate.

S.N.: Dopo qualche ricerca on line, Studium Naturae ha scoperto che la foto apparsa sul Messaggero è in realtà un frame tratto da un documentario della BBC, Frozen Planet, ambientato in Canada. Facciamo chiarezza: quali sono le differenze morfologiche ed etologiche tra i lupi canadesi e i nostri lupi appenninici ?

C.G.: L’adattamento all’ambiente fa la differenza. Il lupo canadese ha dimensioni maggiori rispetto a quello appenninico e vive in branchi decisamente più numerosi. In quelle regioni, infatti, non è inusuale avvistare nuclei di venti e più individui, essendo il branco fondamentalmente una “macchina da caccia” e quindi la sua consistenza direttamente commisurata alla quantità di prede presenti nel suo territorio e alla loro “stazza”. E così, quando si tratta di abbattere animali del peso di quattro o cinque quintali e più come nel caso del Wapiti o dell’Alce, fino ai nove del Bisonte, l’unione fa la forza e il numero fa la differenza. Nel Bel Paese invece, a causa delle ridotte dimensioni delle prede tradizionali, i branchi di Lupo appenninico (Canis lupus italicus Altobello, 1921) sono composti, mediamente, dai quattro ai sei individui, anche se con qualche eccezione.

S.N.: I toni intorno alla faccenda si sono subito scaldati. La sensazione è quella che questi lupi non piacciano proprio a tutti. A chi dà fastidio il lupo?

C.G.: Indubbiamente la categoria degli allevatori è quella che risente, sotto il profilo economico della presenza del lupo. Da che mondo è mondo, anche a causa della progressiva scomparsa delle sue prede naturali dovuta sia alla distruzione degli habitat che alla competizione venatoria dell’uomo, il lupo si è orientato anche a predare il bestiame, con un impatto concreto sui bilanci delle aziende agricole. Fino a quando le risorse per i risarcimenti sono sufficienti e questi sono tempestivi, il problema è sopportabile, anche in nome di una ritrovata integrità ecologica delle nostre montagne e di un appeal turistico potenziato. Ma se i fondi scarseggiano, i tempi di indennizzo si dilatano e, soprattutto, mancano adeguate politiche di sostegno all’agricoltura di montagna, ecco che la situazione diventa non sostenibile.

S.N.: Quali potrebbero essere gli interventi per assicurare la sopravvivenza sulle nostre montagne e del lupo e del pastore?

C.G.: È necessaria una maggiore attenzione, e opportuni incentivi, all’agricoltura delle zone marginali che già soffre a causa della sua “localizzazione” e delle difficili condizioni di esercizio. È qui che si deve concentrare l’intervento della “mano pubblica”. Ciò sarà sempre più necessario nel breve termine considerati i nuovi indirizzi comunitari che sono emersi nel recente workshop nazionale “Uno sguardo oltre l’emergenza cinghiale”, organizzato dal gruppo grandi mammiferi dell’Associazione Teriologica Italiana, presso la sede della Regione Emilia-Romagna e concluso il 1 dicembre. La notizia è che l’Unione Europea non permetterà più alle Regioni di erogare gli indennizzi per i danni da cinghiale agli agricoltori, perché considerati “aiuti di Stato”, tra l’altro non previsti negli altri Paesi dell’Unione. Secondo l’UE, saranno indennizzabili solo i danni da fauna selvatica “protetta ai sensi delle direttive europee” e solo quando i sistemi di prevenzione, precedentemente predisposti, abbiano dimostrato inefficacia.  Il che vuol dire che bisognerà insistere sulla difesa attiva e passiva degli allevamenti utilizzando anche quelle risorse che si libereranno dai risarcimenti per i danni da cinghiale. In questo quadro assumerà il dovuto rilievo la funzione di predazione che il lupo pone in atto sul cinghiale che, anche se non risolutiva ai fini del controllo della popolazione, ne fa di fatto un alleato dell’agricoltore.

S.N.; A chi altri crea problemi il lupo?

C.G.: La presenza del lupo come d’altronde dell’orso bruno, ambedue specie protette di interesse comunitario che richiedono una protezione rigorosa, influisce sulle valutazioni di impatto ambientale e di incidenza alle quali devono essere obbligatoriamente soggetti gli interventi dell’uomo, come l’utilizzo di risorse naturali o la realizzazione di infrastrutture in aree sensibili. Ciò ovviamente interferisce con gli interessi dei “valorizzatori” della montagna, di coloro i quali ritengono, ancora oggi, che l’unico modo di esaltare le sue bellezze sia ricoprirla di villaggi artificiali, di impianti di risalita e piste da sci. Una politica questa vecchia di cinquant’anni ma che ancora trova i suoi sostenitori in una classe dirigente priva di fantasia quando non interessata. È curioso vedere amministrazioni, che non riescono a fornire i servizi essenziali ai propri cittadini, puntare sulla cementificazione delle proprie montagne cedendo alle lusinghe di gruppi di interesse che tutto hanno a cuore tranne il bene pubblico. Proprio negli anni ’70 del ‘900 si ebbe un picco nella “valorizzazione” della montagna, guarda caso anche in quell’occasione si gridò al lupo, portandolo sull’orlo dell’estinzione per fare spazio al progresso che il boom economico degli anni ’60 faceva intravedere alla portata di tutti. A quell’epoca risalgono, infatti, le peggiori brutture realizzate sui nostri rilievi, la maggior parte delle quali oggi languono senza aver portato ricchezza ad alcuno meno che mai alle popolazioni interessate. Ci provarono anche al Parco nazionale d’Abruzzo con le speculazioni della Cicerana e della Camosciara, solo per citare le più eclatanti. Per fortuna la nuova amministrazione del Parco, guidata da Franco Tassi, seppe opporre una strenua resistenza che bloccò quelle operazioni scellerate consegnandoci oggi il gioiello che tutti ci invidiano. Quali altre capitali europee, a parte Roma, possono vantare di avere a meno di due ore di macchina dal centro lupi, orsi, aquile e camosci? Certamente non Londra, Parigi o Berlino. E questo è un segno di cultura, non di arretratezza come qualcuno vorrebbe farci intendere.

S.N.: Ma il lupo non è pericoloso per l’uomo?

Il lupo è un animale selvatico dotato di mezzi, muscoli e dentatura, atti a dilaniare e come tale contiene in sé un potenziale di pericolo, ma non per questo va demonizzato o mitizzato. Non esiste il lupo “cattivo” ma nemmeno quello “buono” a tutti i costi. Fino al primo quarto dell’Ottocento il lupo, in Europa e in Italia, si è reso protagonista di attacchi all’uomo con vittime soprattutto fra donne e fanciulli, ma è anche vero che è un animale culturale e ha saputo trasmettere ai suoi simili, dopo secoli di feroce persecuzione, il doveroso timore per l’uomo. Questa ritrosia fa sì che non si conoscano interazioni lupo-uomo tali da allarmare in tal senso, per lo meno allo stato attuale. Paura che, solitamente, non appartiene al prodotto della sua domesticazione il cane, che fa registrare annualmente episodi di aggressione all’uomo con esito mortale, ben 32 vittime in venticinque anni, dal luglio 1984 al febbraio 20091. Ma, per fortuna, non si sente parlare della necessità di contenere il numero dei cani d’affezione anzi, il loro numero aumenta di anno in anno e, di pari passo, gli incidenti. Così come un’altra causa di morte, in ambiente naturale, riguarda le vittime di incidenti venatori, quasi 200 morti negli ultimi otto anni e già 10 dall’apertura dello scorso settembre a oggi2. Anche in questo caso non sembra di avvertire un particolare allarme sociale, i media non riportano notizie di sindaci sulle barricate, prefetture allertate, tavoli tecnici e via discorrendo ma è evidente, in questi due settori, un deficit di informazione, formazione e, probabilmente, anche necessità di nuove regole. Sono anche settori dietro i quali c’è un lungo discorso fatto non solo di cultura ma anche di interessi industriali e commerciali, alleati potenti che mancano al lupo il quale si trova, nei cicli di crisi, a essere una ideale vittima sacrificale su cui puntare il dito per stornare l’attenzione da mancanze tutte umane.

S.N.:  Sfatiamo qualche mito. Si parla molto di ripopolamenti: ce ne sono stati in passato, ce ne sono al momento o se ne prevedono in futuro?

G.C.: Anche questa è una leggenda metropolitana messa in giro ad arte e che risale ai primissimi anni ’80 del 900. All’epoca si era in piena Operazione San Francesco” per cercare di cambiare l’informazione e la cultura dominante sul lupo, quando si dovette affiggere un manifesto per smentire tale possibilità. Oggi, come allora, si tratterebbe di una operazione finanziariamente ed ecologicamente insostenibile, sia per gli altissimi costi che nessuna organizzazione privata avrebbe interesse ad accollarsi che per gli scarsi risultati in termini di “attecchimento”. Infatti un contingente di lupi catapultato in un territorio sconosciuto cadrebbe vittima prima di tutto dei branchi stanziali e, in subordine, delle strutture antropiche loro ignote come strade e ferrovie. Bellissima a tale proposito la vignetta di Stefano Maugeri pubblicata sul libro di Giorgio Boscagli “Il lupo”, dove si vede Franco Tassi, allora direttore del Parco nazionale d’Abruzzo, pilotare un aereo dal quale si lanciano con il paracadute, ferocissimi lupi siberiani intenti ad aguzzare i loro canini.

S.N.: Allora nulla di cui preoccuparsi….

C.G.: Nulla proprio non direi…. Questi episodi di disinformazione possono trovare una seppur vaga giustificazione in quelle zone, come le Alpi o la Toscana, di recente ricolonizzazione lupina, dove la perdita di familiarità con questo animale e i relativi problemi legati alla convivenza richiedono un adeguamento che, in alcuni casi, può risultare faticoso. Va segnalata invece l’anomalia di un simile tentativo perpetrato nel nostro Abruzzo dove il lupo è parte integrante della cultura pastorale di questa terra millenaria, e il fatto che ciò inizi ad accadere nelle nostre zone è, quanto meno, inquietante e dà la sensazione che qualcuno stia soffiando sul fuoco. Ma interrompere il percorso intrapreso ormai da oltre venti anni e che ha portato l’Abruzzo a essere definita la Regione Verde d’Europa e la Regione dei Parchi sarebbe miope e controproducente per lo sviluppo di questi territori.

Resta da augurarsi che la locale classe dirigente non disperda oggi un patrimonio frutto di lotte e di conquiste sociali e che ha ancora un potenziale di sviluppo soprattutto a vantaggio di quelle giovani generazioni che, con tenacia tutta abruzzese, rimangono ancora saldamente radicate alle loro montagne.

 

Ringraziamo Corradino Guacci per la disponibilità a la cortesia. www.storiadellafauna.it

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1 Ciceroni C., Gostinicchi S., Indagine epidemiologica sulle aggressioni ad esito letale in Italia negli anni 1984-2009, ARGOMENTI, Rivista del Sindacato Italiano Veterinari Medicina Pubblica, n. 1 aprile 2009, anno XI, Edizioni Veterinarie e Agrozootecniche Milano.

2 Dati tratti da www.vittimedellacaccia.org

 

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Il manifesto qui pubblicato risale ai primi anni 80 e dimostra come il problema della corretta informazione naturalistica era già ampiamente sentito.

Questo articolo stato scritto da umberto

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