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Referendum del 17 Aprile

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Il quesito Referendario:

Il 
referendum del 17 aprile pone ai cittadini italiani un quesito: chiede di abrogare la norma, introdotta nella legge di stabilità entrata in vigore il 1 gennaio 2016, che permette di estendere una concessione “per la durata di vita utile del giacimento”, cioè per un tempo indefinito.
Il quesito riguarda tutte quelle concessioni che si trovano entro le 12 miglia marine: non sono contemplate quelle poste oltre tale soglia, nè quelle che si trovano a terra. Il quesito referendario, scritto da 
Enzo Di Salvatore, professore di Diritto Costituzionale all’Università di Teramo, pone l’immediata cancellazione della frase soprascritta. In caso di vittoria del SI , si tornerebbe alle condizioni precedenti, cioè a quanto previsto nella normativa italiana e comunitaria: In quel caso le piattaforme oggi attive continueranno a lavorare fino alla normale scadenza della concessione, o dell’eventuale proroga già ottenuta, ma poi non ci sarà nessuna nuova proroga e andranno smantellate”. Bisogna chiarire che tutte le concessioni per lo sfruttamento di idrocarburi o di risorse minerarie, a terra o in mare, hanno durata di trent’anni, con possibilità di proroghe per altri complessivi venti e molti di questi impianti resteranno in funzione anche per altri 15 anni. Verrà quindi cancellato il “controsenso” che si era creato con la nuova Legge di stabilità in quanto i giacimenti sono una risorsa dello Stato, e quindi pubblica. E’ incostituzionale che tali concessioni siano rilasciate senza limiti di tempo prestabiliti: nella Direttiva Europea del 94/UE infatti c’è un ben preciso articolo che pone limitazioni di tempo e di spazio alle attività estrattive pubbliche.
Ricapitolando semplicemente, se vince il 
SI le piattaforme oggi in attività continueranno a lavorare fino alla scadenza della concessione o dell’eventuale proroga già ottenuta. Se vince il NO non ci saranno più limiti di tempo a queste concessioni e potranno continuare le estrazioni fino a completo esaurimento del giacimento. C’è però da dire che prolungando la durata della concessioni, si rinvia lo smantellamento e la rimozione degli impianti. Molti di questi infatti sono stati costruiti negli anni 60, non soggetti al VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) e il loro smantellamento, operazione molto costosa, spetta alle aziende concessionarie insieme al ripristino ambientale (la spesa dovrebbe essere già inclusa nei bilanci). Pare quindi logico che le concessionarie puntino al rimandare il più possibile l’esborso. In caso di vittoria del NO e quindi con le regole imposte dalla legge di stabilità entrata in vigore il 1 gennaio 2016, che vieterebbe comunque l’installazione di nuovi pozzi  entro le 12 miglia, non si impedisce però che all’interno delle concessioni già esistenti siano perforati nuovi pozzi e costruite nuove piattaforme, se già previsto dal programma. Non è un gran segreto infatti che ci sono progetti già approvati per la costruzione di nuovi impianti adiacenti a quelli già esistenti. In Sicilia, ad esempio, la Eni ha in programma di costruire una piattaforma gemella della Vega, chiamata VegaB da aggiungere a quella oggi in esercizio.

Produzione:

Secondo da quanto dichiarato dall’ Unmig (Ministero dello sviluppo economico) la produzione si attesterebbe a circa sette miliardi di smc di gas e 5,5 milioni di tonnellate di greggio non facendo però una distinzione netta tra la produzione totale comprendente tutti gli impianti, sia oltre le 12 miglia e quelle a terra, e quelle riguardanti il referendum che rientrano solo nella fascia delle 12 miglia. Ma questi importi dovrebbero essere sottratti da quelli della produzione delle sole strutture operanti ed attive entro le 12 miglia, dove la produzione delle piattaforme attive nel 2015 è stata di 542.881 tonnellate di petrolio e 1,84 miliardi di smc di gas. Si nota subito che l’impatto di una eventuale vittoria del SI riguarderebbe una parte ben più piccola di quanto sembrerebbe, che si attesta a circa l’% della produzione di greggio e a circa il 2,7% di quella di gas . E’ quindi evidente che l’impatto sarebbe minimo sul bilancio energetico nazionale. Sempre parlando delle sole piattaforme di estrazione interessate dal referendum, si nota che la produzione coprirebbe il fabbisogno nazionale per sole sette settimane mentre per il totale calcolato sommando tutti gli impianti si arriverebbe al massimo a 13 mesi.
C’è anche da dire che su 88 piattaforme, otto sono definite “non operative”, cioè non in produzione, e 31, tutte operanti nell’estrazione di gas, risultano “non eroganti” cioè sono ferme per manutenzione (da anni) o hanno cessato la produzione. Ritornando al discorso dello smantellamento e la bonifica, è logico pensare che sia un sistema utile per rimandare il più possibile i costi dell’abbandono dei siti.
Con questi importi ci si rende conto che il referendum influirà molto poco sul bilancio energetico nazionale e sull’indotto economico connesso. Infatti l’Italia impone 
royalty tra le più basse del mondo, il 7% sulla produzione di greggio e il 10% per il gas. Certo, considerando l’economia del nostro paese è comunque un “aiuto” e questo va anche riconosciuto ma non è di sicuro “sostanziale” considerando poi che esiste una controversa franchigia che specifica testualmente: Sono esenti da royalty le prime 50 mila tonnellate di petrolio e i primi 80 mila metri cubi di gas estratti offshore, e non solo, questi importi sono poi detratti dal reddito su cui le aziende verseranno le tasse. Realmente, dunque, sono solo 18 le concessioni in mare che versano royalty su  69 eroganti.

Impatto sul lavoro:

I numeri non sono chiari: Assomineraria parla di 13mila lavoratori, la Cgil parla di 10mila. La Fiom invece riduce le quote a 3000 persone al massimo. Di certo ci sono strumentalizzazioni un po da tutte le parti, sia per i fautori del No che in quelli del SI. Bisogna però dire che se si considera l’iter di installazione e quello di coltivazione i numeri citati sono però ambigui. Gli impianti di coltivazione del gas richiedono molto meno personale di quello dichiarato dai fautori del NO. Una volta installata e regimentata, una piattaforma estrattiva richiede poco personale a bordo, molte operazioni vengono svolte con sistemi automatizzati e manovrate in remoto. Il personale a bordo è operante solo per la manutenzione e per i controlli di sicurezza. Diversamente in fase di trivellazione ed installazione dei nuovi impianti l’apporto della manodopera è molto più consistente e riguarda centinaia di operatori specializzati, ma questo non è il caso, in quanto il referendum va a toccare solo gli impianti già operanti. Riguardo l’indotto creato dalla estrazione di idrocarburi, visti gli importi e la tipologia, deve essere sicuramente rivalutato in difetto, oltretutto, in caso di vittoria del SI non si avrebbero infatti ripercussioni neanche a breve termine visto che parecchi impianti hanno scadenze decennali (tra il 2017 e il 2034) e anzi, un eventuale smantellamento degli impianti potrebbe invece portare invece più lavoro di quello che si pensi.

Impatto ambientale:

Anche su questo argomento c’è molta disinformazione ed è stato detto di tutto. Gli impianti metaniferi sono molto più “puliti” e molto meno pericolosi di quelli per l’estrazione del greggio, e questo è un dato di fatto. Tuttavia non sono immuni da incidenti. Ancora presente nei ricordi di molti c’è la Paguro, piattaforma della AGIP petroli, posizionata al largo di Ravenna che incappò nella fase di perforazione in un giacimento ad altissima pressione che esplose provocando un cratere di 33metri e la fuoriuscita di milioni di metri cubi fanghi inquinanti e di gas metano che successivamente si è anche incendiato. Tre morti e parecchi feriti. La struttura fu divorata in una giornata ma si riuscì a fermare la fuoriuscita solo 3 mesi dopo, trivellando lateralmente con una nuova piattaforma e immettendo conglomerati cementizi nella falda, che con la pressione si è concentrata nel foro, chiudendolo. Il metano è sì parecchio più “pulito” del petrolio ma non è assolutamente innocuo e gli impianti entro le 12 miglia, sopratutto considerando che molti hanno quasi 50 anni sulle spalle, sono fonte di forti preoccupazioni tra chi ha a cuore l’ambiente. Altro fenomeno provocato dagli impianti sotto costa è quello della subsidenza. Per verificarsi però ci devono essere delle caratteristiche geologiche ben precise e non è detto che tale condizione possa essere universalmente diffusa. (protezionecivile.gov.it ). Tuttavia la combinazione delle attività di estrazione e una costa dalle caratteristiche geologiche favorevoli innesca facilmente questo fenomeno. Il Ravennate è oggi interessato dalla subsidenza in particolare nella zona costiera nell’area del pozzo estrattivo Angela Angelina che opera a soli 2 km dalle spiagge di Lido di Dante, e specificatamente nella concessione Eni A.C 27.EA, attiva dal 1975. Qui l’abbassamento del suolo sta portando alla distruzione dell’area marina protetta in quanto le acque salmastre, invadendo la pineta, stanno portando alla morte tutta la vegetazione presente. (Link)
Viene quindi logico chiedersi se il gioco vale la candela, considerando benefici e rischi delle estrazioni sotto costa.

Referendum politico

Si, è sopratutto un referendum politico ,ma anche di concretezza legislativa. Che senso ha vietare l’impianto di nuovi pozzi entro le 12 miglia e dare libera concessione senza limiti di tempo a quelle già presenti, considerando poi che molti di questi impianti hanno sulle spalle 35-40 anni di attività, e che molti non sono neanche in produzione? E’ o non è un controsenso non porre limiti per l’estrazione e vietare invece l’impianto di nuovi impianti magari più sicuri?
E’ davvero così conveniente mantenere queste piattaforme, così vicine alla costa e che producono solo una minima parte del fabbisogno nazionale? Siamo coscienti di non essere un paese ancora in grado di fare a meno delle energie fossili ma è anche vero che le quantità estratte sono minime e che già negli ultimi 10 anni c’è stato un cospicuo aumento della produzione tramite rinnovabili, un settore in netta espansione, in grado di assorbire manodopera in dispersione e di creare addirittura nuovi posti di lavoro?
La scelta che siamo chiamati a compiere questa domenica non riguarda gli spiccioli del consumo nazionale di idrocarburi: riguarda il futuro di una nazione, l’Italia, e di un popolo, gli italiani, e di come vogliono coscientemente interpretare la parola “energia” negli anni a venire.
Fossilizzarsi sul fossile, o rinnovarsi con le rinnovabili.
Studium Naturae, dopo una lunga e sofferta discussione che ha voluto ascoltare le ragioni di tutti, ha a maggioranza scelto di prendere una posizione, e di invitare i suoi lettori, sostenitori, simpatizzanti o semplici visualizzatori, a recarsi alle urne e a votare SI, per abrogare l’ennesima concessione del governo alla lobby dei petrolieri, che molto poco sembra restituire al nostro Stato.
Che siate d’accordo o meno, ad ogni modo, andate a votare: per potervi dire cittadini a pieno titolo, per la democrazia.

Questo articolo stato scritto da umberto

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