Ass. Studium Naturae, Via Fosso Paradiso, 127, 66100 Chieti Scalo (CH)+39 329.56.72.084info@studiumnaturae.com

Volevo un cane

Post 13 di 77

volevo un cane

Presto sarei  tornato a scuola, e per fortuna avevo quasi terminato i compiti per le vacanze. Solo qualche esercizio di matematica e qualche pagina ancora di “Zanna Bianca” da leggere.
La scelta era tra diversi titoli, tutti i classici per ragazzi che la maestra ci aveva consigliato, ma scelsi quello perché il cane di mio nonno si chiamava Zanna. Era una femmina ed era dolcissima.
Avevo chiesto a mamma e papà se anche io potevo avere un cane come Zanna almeno un milione di volte, ma avevano risposto che un cane così grande in appartamento avrebbe sofferto. I cani come Zanna hanno bisogno di correre e di fare lunghe passeggiate. E poi loro non sono mai a casa, ed io sono troppo piccolo per occuparmi di un cane da solo.
Inutile dire che non fossi d’accordo sul fatto di essere troppo piccolo.
Visto che non potevo avere un cane, cercavo di passare più tempo possibile con il nonno e Zanna.
La scorsa estate soprattutto, sono stato parecchio nella casa in campagna in cui vivono i nonni. Mamma e papà erano felici, perché in città non avrebbero saputo proprio come fare: entrambi avevano una sola settimana di ferie a cavallo di Ferragosto, e non potevano lasciarmi solo in casa. Il mio entusiasmo per la vita rurale sotto l’occhio vigile dei nonni era per loro una vera manna dal cielo.
Zanna ed io facevamo lunghissime passeggiate immersi nella Natura. Io accanto al nonno, lei sempre presa a seguire qualche traccia: talvolta, inspiegabilmente, si rotolava a terra come presa da una strana frenesia.
Le piaceva molto giocare, anche se non era più giovanissima: il nonno diceva sempre che a 7 anni un cane è già vecchio, anche se dagli scatti fulminei di Zanna non si sarebbe proprio detto.  Aveva il pelo folto e lucido, con una pezzatura nera e grigia, i denti bianchissimi e sembrava instancabile.
Quando uscivamo a passeggiare il nonno portava sempre con se il fucile: prima di uscire di casa lo estraeva dall’armadietto in cui lo teneva custodito gelosamente e mentre mi faceva l’occhiolino, diceva ridendo “Non si può mai sapere”. Non ho mai capito cosa volesse intendere, ma ero troppo concentrato sull’entusiasmo di Zanna per fare domande. Era la prima estate che uscivo a camminare con lui, e non avevo mai visto un fucile prima. A dire il vero, non l’avevo mai visto così da vicino: in mia presenza era sempre stato rinchiuso nella sua teca. Non che la cosa mi toccasse: ne avevo anzi un certo timore, e per essere sincero, quell’arnese non mi piaceva affatto. Mi faceva paura.
Mi aveva rassicurato il fatto che per tutta l’estate non aveva sparato un colpo, anche se il nonno continuava a prendere la mira e fingere di sparare, addirittura ad imitare il rumore dell’esplosione del colpo. Pensavo che lo facesse per intrattenermi, ma a me sembrava un po’ patetico. Zanna, che fino a quel momento era rimasta vicina a noi, ad un tratto scompariva, per ritornare qualche minuto dopo, un po’ disorientata.
Poi, un brutto giorno, ma brutto davvero, accadde.
La sera prima ero rimasto sveglio fino a tardi per finire di leggere il libro che la maestra mi aveva assegnato: settembre era arrivato ed era ora di finire i compiti, prima che la scuola ricominciasse. Mamma e papà erano stati tassativi.
Nonostante lo strappo alla regola, e la mia speranza di dormire qualche minuto in più al mattino, la nonna venne a svegliarmi prestissimo. Il sole non era ancora sorto.
“Vai con il nonno o rimani a dormire?”,  chiese.
“Dove va il nonno?”, chiesi a mia volta.
“Con Zanna, in campagna”.
La parola Zanna bastò a farmi drizzare in piedi. In meno di 10 minuti mi ero lavato, vestito ed avevo fatto colazione. Prima di uscire la nonna mi prese da parte e mi chiese con occhi preoccupati: “Sei sicuro di voler andare? Puoi rimetterti a dormire, se vuoi”.
Ci pensai un istante. Effettivamente avevo un gran sonno e poca voglia di assistere alla pantomima del nonno.  Ma Zanna mi stava già guardando e non potevo deluderla.
Mi unii alla comitiva, poco convinto, mentre il nonno pareva non stare nella pelle.
Mi fece una serie infinita di raccomandazioni, tra cui quella di non parlare a voce alta, anzi, di bisbigliare, e di seguirlo, mai precederlo. Mi chiese inoltre di non distrarre troppo Zanna, cosa che provocò il mio disappunto e mi fece rimpiangere di non essere rimasto sotto le lenzuola.
Decisi comunque di non protestare, e promisi di attenermi alle raccomandazioni.
Giunti ai margini del grande campo di grano, che dopo la mietitura di giugno era diventato un secco deserto di sterpaglie, il nonno si fermò, improvvisamente, Zanna drizzo prima le orecchie, poi si acquattò a terra.
Rimasi qualche passo indietro.
Lento, il nonno imbraccio il fucile, e quando uno stormo di uccelli s’involò, con mia grossa sorpresa il nonno fece fuoco.
Più che dalla violenza dell’esplosione, rimasi impietrito dalla rapidità con cui tutto si era svolto. Mi girai a cercare Zanna, ma lei non c’era. Per un momento ebbi paura che le fosse successo qualcosa, o che il boato l’avesse terrorizzata.
Ed invece, qualche istante dopo, la vidi tornare trotterellando verso di noi. In bocca portava un uccello, morto.
Non avevo ben chiaro se fosse colpa della colazione trangugiata di fretta, dello spavento per il boato, o per quella strana sensazione che si era impossessata del mio stomaco subito dopo lo sparo, un misto tra delusione e nausea, ma senza dire niente, senza farmi vedere dal nonno, corsi a vomitare dietro ad un cespuglio. Quando  feci ritorno, il nonno aveva le mani sporche di sangue, e anche Zanna aveva il muso macchiato di rosso. Per un attimo li odiai entrambi. Visceralmente.
Non riuscivo a guardarli. Mentre il nonno accarezzava Zanna, ebbi voglia di tornare in città. Mi chiamò un paio di volte, ma finsi di non sentirli. Accettai il suo invito a rimetterci in marcia, ma lo seguii a distanza maggiore, sperando che la tortura durasse poco.
Doveva essere trascorso circa un quarto d’ora quando il nonno sparò un’altra volta, più in basso stavolta. Zanna partì subito, per tornare di li a poco con una bellissima lepre, morta e sanguinante, tra i denti.
Sentii montarmi dentro una rabbia cieca e sorda, ma feci di tutto per tenerla muta.
Stavolta il nonno mi chiamò a gran voce ed io non potei fingere di non aver sentito. Mi feci forza, e mi avvicinai. Teneva per le orecchie, le orecchie più belle che avevo mai visto, la povera lepre: cercava un mio cenno di entusiasmo. Mi girai verso Zanna, che mi stava chiamando.
I suoi consueti occhi festosi erano in attesa di una carezza: gliela concessi, mio malgrado.
Fui capace di perdonarla, e ne ebbi profonda pietà, povera Zanna, costretta dall’istinto e dall’educazione ricevuta a quel barbaro teatrino.
Nessuna attenuante per il nonno, che desiderai vedere morto, in quel preciso istante.
Appena riprendemmo la marcia, sentii le gambe cedermi, e le lacrime bagnarmi il viso. Mi allontanai ancora un poco, e finsi di giocare ad un gioco tutto mio, con un bastone in mano, per non essere importunato più dal nonno. Il sole era sorto e l’aria si stava scaldando. Sapevo che non mancava poi molto al momento in cui saremmo tornati a casa.
Varcata la soglia, guardai la nonna con rancore. “Perché non mi hai avvisato?”, pensai. In effetti ci aveva provato.  Corsi in camera, mi spogliai immediatamente, mi rimisi il pigiama e sperai di riuscire ad addormentarmi. Ma non ci riuscivo.
L’istinto materno deve essere qualcosa di molto forte, perché proprio quando stavo per disperare, il telefono squillò. Era mia madre, che mi chiedeva come stavo.
“Non dire nulla ai nonni, ma voglio tornare a casa. Adesso, ti prego”.
“Cos’è successo? Non stai bene?”, chiese mamma apprensiva.
“No, non mi sento bene, ti prego, vieni a prendermi”, feci con voce implorante.
“Adesso non posso. Oggi proprio non è possibile, tesoro. Dirò a nonna di prepararti un po’ di brodo caldo e di tenerti a riposo. Domani vengo a prenderti”.
“Neppure stasera? Non voglio dormire qua, mamma, ti prego!”, stavo piangendo. Il mio tono deve esserle apparso proprio disperato, perché acconsentì a venire quella sera stessa. Mi sentii immediatamente sollevato.
Non rivolsi parola a nessuno, rispondevo a monosillabi.  Diressi le mie attenzioni a Zanna, che indubbiamente apprezzava.
Volevo fortemente un cane, ma che non andasse a caccia. Volevo solo un cane che facesse il cane: che scodinzolasse, che corresse e che amasse giocare con me. Quello che fanno tutti i cani.
Finii rapidamente gli esercizi di matematica, e nel tardo pomeriggio scorsi la macchina di mamma nel vialetto. Mi precipitai da lei e la abbracciai fortissimo. Che bella la mamma.
“Che c’è? Perché tanta foga?”, domandò sbalordita.
“Voglio un cane, mamma. Un cane piccolo, non un cane da caccia. Prometto di portarlo a fare i bisogni, di prendermene cura, di fare sempre i compiti, prometto tutto quello che vuoi. Ma ti prego, prendiamo un cane”.
“Vedremo”, rispose sorridendo.
Erano quasi le sette e decise che ci saremmo fermati per cena, malgrado le mie proteste.
La nonna aveva cucinato la lepre.
“Fresca fresca, marinata tutto il giorno. Una squisitezza”, disse il nonno.
Mamma mi guardò e capì che non avrei toccato neppure un boccone. Chiese quindi alla nonna di scusarci, ma che papà l’aveva chiamata e che avevamo un impegno a cena in città.
Raccolsi le mie cose di fretta, le portai in macchina e diedi un ultimo abbraccio a Zanna.
“Ci vediamo a Natale”, le dissi alzandole un orecchio.
Salutai i nonni con un cenno della mano, forzato da mamma, e corsi a sedermi in macchina, cintura inserita, pronto a partire.
Mamma non chiese nulla. Ci fermammo sulla strada a mangiare pizza e patatine fritte.
Ci raggiunse papà al ristorante, aveva uno scatolone in mano. Non aveva il coperchio, e mi chiese di guardarci dentro.
Non potevo credere ai miei occhi.
Un gomitolo di pelo bianco mi guardava con occhi lacrimosi. Lo presi in braccio, delicatamente, per paura di fargli male.  Era semplicemente stupendo, ed io non avevo parole.
Guardai mamma e papà con la bocca spalancata.
“E’ tuo! Sei contento, adesso?”, mi stuzzico papà.
“Sono il bambino più felice del mondo!”, risposi abbracciandoli entrambi, dopo aver rimesso il cucciolo nello scatolone.
“Come lo chiamerai?”, fece mamma.
Ci pensai su un istante. “Dove l’avete preso?”, chiesi in cerca di ispirazione.
“Un collega di papà lo ha trovato vicino casa sua, abbandonato in uno scatolone come questo”.
“E come si chiama il tuo collega, papà?”, chiesi nella speranza che il suo collega non si chiamasse Ubaldo o Evaristo.
“Carlo, si chiama Carlo”.
“E allora lo chiamerò Carletto, in onore del tuo collega, papà. Ringrazialo tantissimo da parte mia!”, dissi soddisfatto del nome scelto.
Mamma e papà furono subito d’accordo e approvarono la scelta.
Mangiammo la pizza, in allegria, e mi dedicai totalmente al mio nuovo amico.
Ogni tanto mi tornava in mente il nonno, l’uccello e la lepre, e Zanna. Allora mi intristivo, e Carletto correva subito a sollevarmi il morale.
Riprese la scuola, e l’estate si allontanò piano piano. Mostrai a tutti i miei compagni Carletto, che divenne un cucciolone sveglio e attivo. Mi dimostrai molto responsabile e lo educai alla perfezione. Sia mamma che papà erano molto orgogliosi di me. Parve giovarne anche il mio rendimento scolastico, soprattutto nelle scienze, che divennero la mia materia preferita.
I nonni vennero a trovarci diverse volte in città, ed io chiedevo sempre notizie di Zanna.
Per Natale mamma e papà decisero di approfittare di una settimana di ferie per andare in campagna a trascorrere le festività con i nonni. La prospettiva non era allettante per me, ma Carletto sarebbe stato felicissimo di conoscere Zanna e di giocare con lei a rincorrersi in campagna. Acconsentii per il bene del mio amico.
Non appena arrivati la chiamai a gran voce, ma lei non venne a salutarmi. Chiesi alla nonna dove fosse, ma la nonna non mi rispose.  Parlò il nonno, disse che era scappata via.
Mi sentii gelare. Piansi tutte le lacrime che avevo e corsi via, con Carletto che per quanto si sforzasse non riusciva a starmi dietro, con le sue zampe corte.
Quella settimana mi sembrò eterna.
Partimmo il giorno prima della fine dell’anno. Dopo pranzo, mentre mamma ricomponeva i bagagli e papà si addormentava sulla poltrona davanti al camino, decisi di sgranchirmi le gambe assieme a Carletto.  Promisi di essere di ritorno nel giro di un’ora.
Imboccammo il sentiero che porta verso il fiume e iniziammo a costeggiare l’argine, dove una leggera boscaglia lascia appena intravedere l’acqua che scorre. L’aria era freddissima e mi domandavo come le zampe di Carletto non congelassero. Lo portavo al guinzaglio: non era abituato a quell’ambiente e non volevo rischiare che si perdesse.
All’improvviso, iniziò a tirare verso un cespuglio, nascosto nel sottobosco. Cercai di redarguirlo e di tirarlo verso il sentiero sterrato, ma Carletto fu irremovibile. Mi arresi alla sua cocciutaggine e scoprii ben presto che aveva fiutato qualcosa, sotto un sacco nero di plastica, di quelli che si usano per l’immondizia.
Con un piede ne sollevai un lembo, curioso di scoprire cosa avesse potuto attirare il mio amico con tale forza.
Rimasi inorridito.
Un paio di zampe annerite spuntavano dai bordi del sacco. Non riuscivo a capacitarmi. Mi feci coraggio e scoprii, con un solo gesto, tutta la carcassa.
Caddi in ginocchio.
Brandelli di pelle scura ed il cranio per metà disintegrato di un cane stavano davanti ai miei occhi togliendomi qualsiasi tipo di forza. Carletto annusava, incredulo, quel macabro ritrovamento.
Osservai meglio, il manto, le zampe. Tra il fogliame vicino, il collare. Il suo collare. Zanna.
Uccisa, non fuggita. Uccisa come un uccello, come una lepre. Morta ammazzata.
Corsi indietro, e appena mi accorsi di papà che mi veniva incontro preoccupato. Disse qualcosa ma non gli prestai attenzione. Corsi ad affrontarlo, fuori di me.
“L’hai uccisa tu, l’hai uccisa!”, gridai furibondo.
Il nonno mi guardò, sorpreso, ma non si scompose.
“ Era un cane vecchio” tentò di giustificare, “Non serviva più”.
Lo disse con un tono così banale che me lo fece odiare ancora di più.
Non volevo vederlo più, mai più. Non sarei mai più tornato in quella casa, ne gli avrei mai più rivolto la parola.
Prima voltargli le spalle, ed andare a sedermi in macchina, gli dissi semplicemente: “Anche tu sei vecchio. Spero che tu muoia presto”.

Il nonno morì circa un anno dopo, a causa di un tumore allo stomaco.
Ricordo che non ne fui dispiaciuto.

,,,

Questo articolo stato scritto da Chiara

Menu